| Lun | Mar | Mer | Gio | Ven | Sab | Dom |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 2 | |||||
| 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 |
| 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 |
| 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 |
| 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 |
| 31 |
Navigazione
Area Riservata
Ultimi Post nel Blog
- Web Marketing Aziendale Sui Social Network 04/09/2011
- Anonimato Su Internet 02/09/2011
- Tourboarding 30/08/2011
Blog
L’AZIENDA SCOPRE FACEBOOK
Le aziende italiane vanno sui social network perché ci trovano i propri clienti, ma vi investono ancora poco. Lo rileva l’istituto di ricerca Hsm, secondo cui il 50 per cento delle aziende (di varie dimensioni) usa i social network per azioni di marketing
e comunicazione. Preferiscono, nell’ordine, Facebook, YouTube, Twitter e Linkedin: quindi stanno soprattutto su quelli più popolari.
Il 69 per cento del campione attivo sui social network li usa per informare i clienti. Il 61 per cento per comunicare con loro. Il 50 per cento si apre ai loro suggerimenti, su prodotti e servizi. Per il 15 per cento sono anche risorsa dove cercare personale. Le aziende italiane però investono ancora poco per promuovere la propria immagine e farsi conoscere sui social network: solo l’1 per cento del budget pubblicitario, in media.
Equivale a meno di mille euro al mese per il 40 per cento delle aziende. L’81 per cento dichiara però che incrementerà. Negli Usa le aziende spenderanno l’11 per cento del budget nel 2011, quando l’investimento pubblicitario totale sui social network
salirà a 5,9 miliardi di dollari (4 solo su Facebook), secondo eMarketer.
Fonte L'espresso n°36 dell'9 Settembre 2011 di Alessandro Longo
Internet Le ragioni di chi lo considera un diritto e chi un pericolo. Impedire l’anonimato renderà migliore il web?.L’identità e i comportamenti aggressivi
Mentre aiutano i "blogger" che vivono in Paesi retti da dittature a sfuggire alla repressione degli autocrati con «software» che rendono non rintracciabili le loro comunicazioni (vedi il Corriere di ieri), le aziende delweb—soprattutto quelle che gestiscono le grandi Reti sociali — mettono sempre più spesso in discussione il diritto degli utenti di Internet di operare in Rete in modo anonimo. Dialogare senza rivelare la propria identità, usando pseudonimi, costruendo identità false o comunque di fantasia sono abitudini da sempre largamente accettate dal popolo di Internet.
Anche quando portano a vicende come quella di Amina, la finta blogger che mesi fa si dichiarava perseguitata dalle autorità siriane. Costruire identità di fantasia, ricorrere agli «avatar», entrare in Facebook raccontandosi come un diciottenne anche se sei un ragazzino di 11 anni, sono da anni pratiche quanto mai diffuse. Alle quali, però, da qualche tempo aziende come la stessa Facebook e Google — che da qualche mese ha lanciato la Rete sociale Google+ per cercare di togliere quote di mercato a quella fondata da Mark Zuckerberg—sembrano decise a reagire. Vorrebbero rinunciare all’anonimato in nome di una riscoperta della trasparenza e anche, dicono, di una civiltà del linguaggio che avrebbe tutto da guadagnare da messaggi firmati con nome e cognome.
Ma anche per un interesse più venale: più vasta è la gamma di informazioni libere e accessibili, più ampia è l’offerta di dati messi a disposizione delle imprese che fanno pubblicità e che sono interessate a realizzare ricerche di mercato sempre
più raffinate.
Nel complicato gioco di specchi della comunicazione sul web, quella dell’anonimato finisce, così, per essere un’altra faccia dell’annoso dibattuto sulla «privacy»: la discussione sull’uso commerciale dei dati personali e la «tracciabilità» di comportamenti, gusti e abitudini dei singoli utenti della Rete che in primavera ha portato anche gli Stati Uniti—Paese nel quale la Costituzione garantisce una libertà di espressione pressoché totale e difficilmente limitabile — a studiare una legge sulla difesa della «privacy».
Alla misura, che mira a limitare la circolazione in Rete dei dati personali senza il suo consenso dell’interessato, lavorano congiuntamente John Kerry e John Mc- Cain, due senatori, uno democratico l’altro repubblicano, di grande prestigio. Misura assai delicata, difficile da calibrare. Così come assai delicato è il nodo dell’anonimato: ,Randi Zuckerbergla sorella del fondatore di Facebook che ha recentemente lasciato l’azienda, da tempo va sostenendo che l’anonimato deve sparire dalla Rete.
Quando, poi, la settimana scorsa il presidente di Google Eric Schmidt ha detto a una manifestazione tenutasi a Edimburgo che Internet sarebbe un luogo migliore se si sapesse se un utente che invia un certo messaggio è una persona in carne ed ossa, un utente finto o uno «spammer», le reazioni dei «puristi» della Rete sono state assai vivaci. E i primi tentativi di Google dimettere al bando gli «account» anonimi hanno spinto gruppi anarco-libertari di Anonymous.com
ad annunciare il lancio di una Rete sociale con la caratteristica specifica dello scambio anonimo chiamata AnonPlus. Difficile dire se la cosa prenderà piede.
L’anno scorso Diaspora, un’iniziativa in parte simile, concepita come Rete sociale «open source» in contrapposizione a Facebook, non riuscì a decollare. Del resto la lotta all’anonimato è giudicata da molti anche una battaglia di civiltà, un modo di contenere gli eccessi del linguaggio usato in Rete che è diventato piuttosto aggressivo.
La tendenza — tra introduzione di nuovi vincoli normativi ed evoluzione dei dispositivi inseriti dai gestori delle Reti nel loro software — sarà, quindi, quella di andare speditamente verso l’abolizione dell’anonimato? È presto per dirlo, la discussione
non ha ancora preso un indirizzo ben definito. Ieri, ad esempio, il «columnist» del Financial Times John Gapper ha dedicato alla questione una lunga riflessione nella quale, rilevati i vantaggi e il valore civile di una limitazione dell’anonimato, mette, però, anche in guardia dai rischi insiti nell’eliminazione della possibilità di comunicare senza rivelare la propria identità. Rischi per la democrazia e la libertà di tutti i cittadini: nei regimi dittatoriali dove lo stesso governo americano cerca di aiutare i dissidenti a comunicare senza poter essere individuati, ma anche nelle società democratiche compresa quella americana. Dove, ricorda l’autore, la Corte Suprema ha stabilito ancora nel 1995 che quella di produrre «pamphlet» anonimi, lungi dall’essere una pratica perniciosa o fraudolenta, è una tradizione positiva, un modo di «sottrarsi alla tirannia della maggioranza». Il dibattito è aperto. È molto complesso e animato da interessi spesso configgenti. Non sarà facile venirne a capo.
Articolo del Corriere Della Sera del 2 settembre 2011 di Massimo Gaggi (pag 31)
“Viaggi gratis in cambio di lezioni d’inglese”. il boom di Tourboarding. Parla Cathy Tao, la fondatrice del sito web
Cathy Tao, fondatrice del sito Tourboarding, lo definisce così: «È il primo luogo digitale per il baratto mondiale dei viaggi, basato su questo principio: ti paghi l’alloggio e le guide locali, offrendogli in cambio la tua conoscenza delle lingue».
Non è un caso se ad avere avuto questa idea è una ragazza americana di origine cinese. Cathy Tao sa quanti americani hanno voglia di visitare la Cina spendendo poco, e quanti cinesi vorrebbero un aiuto per imparare l’inglese: perché non “sposare” la domanda e l’offerta?
«Il mio compagno e co-fondatore del sito, Ken Chen, lavorava per la Nike in Cina, poi si licenziò e si mise a girare il paese. Ma scoprì che viaggiare costa caro. E al tempo stesso ci sono milioni di cinesi che muoiono di voglia di esercitare il loro inglese e non possono permettersi un insegnante privato madrelingua». È un caso in cui il baratto avviene tra la propria conoscenza (della lingua) e l’ospitalità di chi può offrire una camera da letto a Pechino, Shanghai, Canton, Chengdu.
«Una chiave del nostro successo – dice la Tao – è che spendiamo pochissimo. Non abbiamo bisogno di pubblicità: i membri di Tourboarding si passano la voce tra loro. È singolare che la nostra fama si sia diffusa tanto velocemente in Cina, nonostante che in quel paese siano censurati Facebook, Twitter, YouTube».
Fonte Repubblica del 30/08/2011
M-commerce, dove la msta per «mobile», è lo shopping attraverso telefonini o tablets
NEW YORK - Quegli occhiali firmati Cavalli, quella pochette di Prada, quel cardigan di Missoni, non c’è bisogno di andare a comprarli in un negozio, e neanche di stare al computer e navigare per ore: ti arrivano sullo smartphone,in offerta speciale. E voilà, l’acquisto è fatto. Lorraine, una insegnante di scuola superiore che amala pena ha il tempo di tener dietro ai suoi impegni scolastici e alla gestione di una famiglia con due figli, è diventata espertissima negli acquisti via telefono. A 39anni, l’insegnante di chimica non sembrerebbe la cliente tipica dell’m-commerce, il nuovo commercio via smartphones.
Da almeno da un paio d’anni sia negli Usa che in Europa il commercio «mobile», cioè attraverso telefonini o tablets, non è più un territorio per giovani che comprano musica o per adulti che vogliono prenotare il tavolo al ristorante: boutique di
grido e grandi magazzini si stanno lanciando a capofitto alla conquista del virtuale in movimento. Qui negli Stati Uniti l’m-commerce ha raggiunto un giro di affari di due miliardi di dollari annui e promette di crescere esponenzialmente.
E il terreno di maggior espansione è proprio la moda. In Italia? Stiamo a vedere, ma le prospettive sembrano buone.
Lorraine spiega: «Non ho il tempo di vagare un giorno intero per un centro acquisti, non ho neanche il tempo di sedermi al computer a casa per fare shopping sul web. Allora uso il mio iPhone durante la pausa pranzo, oppure mentre aspetto che i
miei bambini finiscano le lezioni di nuoto». Certo, non tutti sono coraggiosi come Lorraine, che ha un corpo filiforme e piedi snelli, e qualsiasi cosa compri, anche senza provarla, può star sicura chele starà bene.
Molte sue colleghe e amiche che usano lo smartphone per comprare abbigliamento, accessori, prodotti di bellezza e bigiotteria, in genere hanno fatto una puntatina al negozio e hanno provato il capo o l’oggetto. Si sono già accertate cioè che risponda ai loro gusti e alla loro taglia,e possono comprare tranquille.
Molte sanno che le boutique e igrandi magazzini manderanno loro buoni sconto da usare proprio negli acquisti mobili. Questo fine settimana ad esempio Net-a-Porter offre una svendita di Marc Jacob, e martedì una di Alberta Ferretti. Rue La
La ha in corso una svendita di magliette e giacche di Elle Moss e orologi di Raymond Weil: e questi non sono che alcuni degli appuntamenti di questi giorni. C’è solo l’imbarazzo della scelta. La nuova incarnazione del commercio sta cambiando il
volto dei negozi: le boutique diventano più una show-room che un luogo di compravendita.
Ariel, capo commessa di una grande boutique di Ann Klein a New York spiega: «Se una catena sceglie di avere un’app per la vendita mobile, deve addestrare le sue commesse a capire che le clienti che vengono, provano e vanno via non sono una perdita di tempo. Spesso sono clienti che poi comprano on line. E’ importante farle sentire a casa, creare un rapporto di fedeltà con ilmarchio. Alla lunga paga per tutte noi».
Etro:on line trovo stoffe e maschere africane. Lo stilista: «Su 800 oggetti ne ho restituito solamente uno»
ROMA - «E’ il futuro? Macché, è l’oggi. L’acquisto via Blackberry, al telefono, con il tablet, in metropolitana, al bar o in ufficio, è già un dato di fatto anche in Italia. Sapete quanti oggetti ho acquistato negli ultimi due anni via internet? Ottocento. Quando ho concluso l’ultimo? Ieri:una maschera africana che mi arriverà dalla Francia. Ero in barca, qui in Puglia dove sono in vacanza. Un altro l’ho ordinato dal trullo, verrà da Atene». Lo racconta Kean Etro, 47 anni, 5 figli tutti patiti come lui di compere su eBay e altri portali. Kean è il direttore creativo della sezione Uomo della griffe che porta il nome di famiglia.
Un marchio prestigioso, in perfetto equilibrio tra tradizione e avanguardia. «Ho comprato coltelli da cucina, dischi, libri antichi e moderni introvabili, uno rarissimo sulle maschere dell’Africa. Ho comprato scarponi,tessuti bellissimi, i miei amici antiquari
di Roma e Milano comprano pezzi rari da tutto il mondo e poi li rivendono. Ho fatto arrivare strumenti musicali direttamente da una casa produttrice tedesca. Reclami? Uno solo, e l’oggetto mi è stato subito sostituito».
Ma i negozi ne soffrono, le superboutique della moda diventano inutili? «No, saranno isacrari deivestiti.Online non puoi provare un abito.Ma con il cellulare puoi acquistare occhiali, profumi, bikini, calze e tantissimo altro, per gli accessori è una meraviglia. Prendi un cappello di paglia. In un negozio puoi scegliere tra cinque-sei.Sevai sulla rete ci sono siti in cui ne vendono anche venticinque, è vero che non te li vedi in testa, ma la varietà è immensa. Insomma il divertimento è assicurato e spesso anche il risparmio. Il mezzo mi è scappato di mano, ma ne sono felicissimo».
Fonte il Messaggero del 28/08/2011 di Anna Guaita
Sfida a tre sui CELLULARI.
Apple è in pieno boom. Google acquista Motorola. E Nokia rilancia con Microsoft. Sono loro a giocarsi il mercato. Ecco come
Una rivoluzione si aggira nel mercato dei cellulari e adesso può succedere di tutto. Perché nessun big è al sicuro, ora che al timone ci sono i californiani visionari in jeans e maglietta: Steve Jobs (capo di Apple) e Larry Page (Google). Apple si è appena messa alla guida del mercato smartphone, cioè i cellulari più innovativi e più profittevoli: nell’ultimo trimestre il suo iPhone ha superato, per vendite, tutti gli smartphone Nokia. Non basta: l’azienda finlandese è stata sorpassata anche da Samsung (che ora è al secondo posto) negli smartphone e ora fatica a difendere la leadership nel mercato complessivo dei cellulari. Ha perso ricavi e soprattutto profitti.

Google sta per comprare invece Motorola Mobility (per 12,5 miliardi di dollari) e così si assicura un futuro in questo mercato. La notizia ha il sapore di un mondo che cambia molto in fretta: il leader del Web acquisisce l’azienda che aveva inventato i cellulari. Equivale a un passaggio di consegne: dall’impero dell’hardware, dei pezzi di ferro, plastica a silicio, a quello dell’immateriale: i servizi, Internet, il software. L’innovazione e il vero business partono ormai da qui e Google l’ha capito da tempo. Il suo Android è già il sistema operativo mobile più diffuso al mondo (dopo aver superato Symbian, di Nokia, quest’anno).
Ma anche Nokia ormai sa dove bisogna andare: si è alleata con Microsoft per dare ai propri cellulari, entro fine anno, un sistema operativo (Windows Phone) in grado di reggere la concorrenza di Apple e Google. Si è sbarazzata anche dello storico
e compassato capo finlandese, un po’ troppo prudente sull’innovazione, e l’ha sostituito con l’ex Microsoft Stephen Elop. Si apprende una lezione, che segnerà i prossimi anni di questo mercato, dal punto di vista sia del business sia dei prossimi
prodotti. «Ormai la tecnologia mobile - cellulari, tablet pc - è un’esperienza sistemica di software e hardware strettamente connessi», spiega Andrea Rangone, a capo degli Osservatori Ict&Management del Politecnico di Milano.
Il fenomeno alle spalle è che ormai la tecnologia deve essere alla portata di tutti. Gli smartphone e i tablet sono sofisticati ma fanno cose utili anche per chi non è appassionato di tecnologia (le notizie, il meteo, il navigatore gps, le foto…). Hanno successo quindi solo se sono facili da usare. «Ma è possibile solo se il produttore controlla anche il software e l’interfaccia, direttamente o indirettamente», aggiunge Rangone. Apple controlla tutto: il prodotto iPhone, il suo sistema operativo, il negozio on line delle applicazioni. «Solo così può sia dirigere l’innovazione sia essere sicuro che il prodotto finale sarà facile e interessante da usare per gli utenti».
L’alleanza Nokia-Microsoft cerca di riprodurre quest’integrazione softwarehardware. E la vedremo forse anche nei prossimi cellulari Motorola, grazie all’acquisizione Google. «I tecnici delle due aziende potranno lavorare a braccetto e quindi migliorerà l’interfaccia e l’esperienza d’uso generale dei cellulari», prevede Carolina Milanesi, analista di Gartner. Ma questo è un campo minato, per il colosso del Web. Gli esperti concordano (osservatori di ricerca Gartner e Strategy Analytics): se Google dà l’impressione di privilegiare Motorola, gli altri marchi abbandoneranno Android (adottato ora anche da Samsung, LG, Sony Ericsson).

Ecco perché Larry Page ha messo le mani avanti, per ora: «Gestiremo Motorola come un’azienda separata»; «Android resterà aperto a tutti i marchi». E afferma di aver comprato Motorola soprattutto per mettere le mani sui suoi 17 mila brevetti.
Questi servono a difendere Android dagli attacchi di Microsoft e Apple sul piano delle azioni legali. E quindi ad assicurargli una lunga vita. L’obiettivo è guadagnare con la pubblicità offerta agli utenti che usano i cellulari Android. Eppure, sembra
troppo poco. Google ha comprato, investendo quasi due anni dei propri utili, un’azienda che perde 86 milioni di dollari l’anno. Giocando solo in difesa, con i brevetti, rischia di metterci davvero troppi anni a recuperare l’investimento.
Ecco quindi che «probabilmente Google vorrà guadagnare anche dalla vendita di cellulari Motorola. Ma per far questo dovrà riuscire a migliorarli senza inimicarsi gli altri marchi seguaci di Android. Che altrimenti perderà peso nel mercato e
gli porterà meno ricavi pubblicitari», dice Alex Spektor, analista di Strategy. Insomma, un gioco da equilibristi. Tutto sommato, secondo gli esperti, quest’incognita è una buona notizia per Nokia e Microsoft. Questi due fanno una buona accoppiata
di software e di hardware di qualità.
Hanno possibilità concrete, quindi, di arrivare al primo o al secondo posto della classifica degli smartphone più venduti. «È una brutta notizia per LG e Samsung, invece», dice Saverio Romeo, analista di Frost & Sullivan. Se restano con Android,
rischiano di essere un passo indietro a Motorola. Se passano a Windows Phone, si mettono invece dietro a Nokia, che ha già un rapporto instaurato con Microsoft. «L’ultimo giocatore importante è Rim, l’azienda canadese dei cellulari Blackberry
», dice Romeo.
Ha avuto problemi, di recente: licenziamenti, valore del titolo dimezzato in sei mesi, perdita di quote di mercato, per le quali è stata appena raggiunta dalla cinese Zte. Che fino all’anno scorso era invisibile nel settore. Può orprendere,
visto che ricavi e profitti di Rim sono aumentati con costanza, negli ultimi due anni. Ma non basta: di qui la sfiducia degli investitori e il bisogno di ristrutturare l’azienda. Il problema è che Rim si è seduta sugli allori. Ha inventato i primi cellulari
che integrano software e hardware, ma non è stata capace di trasferire la formula di successo sul mercato di massa. Ha ritardato l’innovazione dei prodotti. E quindi ora è al bivio. Molto dipende dalla sua prossima gamma di cellulari, quest’anno:
se Rim resterà tra i big o andrà verso un inevitabile declino. Potrebbe finire acquisita, com’è capitato a Motorola. Una cosa è ormai certa: il mercato è ultra competitivo, gli utenti sono ormai molto esigenti: vogliono l’innovazione e la facilità d’uso, al tempo stesso. Chi sbaglia è perduto. Ma finora il mercato sembra dar ragione a chi osa di più: a quei guru visionari californiani.
Fonte L'Espresso di Alessandro Longo (1 settembre 2011)
SMARTPHONE: UN TRIONFO NEI PAESI EMERGENTI: Trenta anni fa la Ibm metteva sul mercato il pc 5150 e dava inizio alla rivoluzione del personal computer, che pian piano si sarebbe affermata come macchina principale per gli usi più disparati, professionali e casalinghi.
Oggi, trent’anni dopo, è difficile per noi immaginare un mondo senza computer. Ma siamo entrati, da una ventina di anni, in un’era nuova, quella di internet, che ha spinto il nostro modo di comunicare, scrivere, leggere, ascoltare musica, e molto altro, verso il mondo digitale. E la rete, la ragnatela globale, ha moltiplicato la potenza e gli usi del computer. Se fino a poco fa c’era un divario tra chi aveva e usava i computer e chi non lo faceva, oggi la distanza tra chi usa la rete e chi no è un problema
primario per ogni società. Ed è un problema che colpisce, curiosamente, più le società occidentali e avanzate che non quelle emergenti, le quali, volendo ridurre la faccenda in termini molto semplici, hanno «saltato» la fase del computer e stanno
strutturando la propria società e la propria crescita attorno all’uso delle macchine mobili, smartphone anzitutto, ma anche tablet.
Le cifre della International Data Corporation sul mercato dei telefoni cellulari rese note la scorsa settimana lo confermano, segnalando come nei Paesi emergenti si vendano più smartphone che computer e come proprio questi mettano un’intera generazione in condizione di competere con i coetanei dei Paesi occidentali su una frontiera nuova e in completa evoluzione.
Fonte Il Venerdì di Repubblica di Ernesto Assante (n°1223 del 26 Agosto 2011)
CONTRO PORTATILI E IPHONE IL COMPUTER DIVENTA ESTREMO: Sono bastati tre anni all’iPhone e ai suoi fratelli per superare il mercato dei computer. Stando alla International Data Corporation (Idc), negli ultimi mesi sono stati venduti 101 milioni di smartphone contro 92 milioni di pc. Considerando che iPad e simili già valgono il sette per cento del mercato dei computer, vien da pensare che questi ultimi comincino davvero ad avere i giorni contati. Magari non i portatili, che restano la soluzione migliore per lavorare, ma certamente quelli da tavolo, che ormai hanno poco senso.
Qualcuno però tenta di tenerli in vita, estremizzando certe caratteristiche in un senso o nell’altro. Prendete ad esempio l’Hammerhead Hmr 989 della DarwinMachine. Bestione futuribile tutto design e potenza di calcolo, realizzato a mano dall’architetto Matthew Kim. Le caratteristiche sono ai vertici, o quasi: processore i7, hard disk a stato solido da 40 Gb (più un secondo tradizionale da 1 Tb), 4 Gb di memoria, scheda grafica nVidia Gtx 550. Il tutto per «appena» 2000 euro più tasse e spese di spedizione.
All’estremo opposto un micro computer da tavolo più piccolo di una lattina. Il Chromium Pc della Xi3 è un pc a tutti gli effetti, con processore dual core della Amd, 2 Gb di memoria, hard disk a stato solido da 16 Gb, sei porte usb. È il primo nel
suo genere ad avere Chrome Os di Google come sistema operativo.
Il prezzo ancora non è stato comunicato, ma le caratteristiche sono le stesse del modello precedente, il Modular Computer venduto a 600 euro. Cifra sufficiente, purtroppo per la Xi3, per un notebook di buon livello.
Fonte Il Venerdì di Repubblica di Jaime D'Alessandro (n°1223 del 26 Agosto 2011)
Negli Stati Uniti è nato il mercato secondario dei buoni sconto. Quello dei coupon è un business multimiliardario dove due sono le società più importanti: Groupon e LivingSocial. Le statistiche dicono che il 20 per cento dei buoni acquistati non viene mai usato, si tratta di un volume abbastanza alto per giustificarne la rivendita al dettaglio. Chi l’alimenta sono i cosiddetti «tossici del coupon», gente che ogni mattina si sveglia, accende il computer e ci passa ore davanti per scovare le offerte migliori, che acquista e non usa mai.
Online c’è infatti sempre l’imbarazzo della scelta, specialmente adesso che giganti come Google e Facebook hanno fatto il loro ingresso in questo mercato. Dealgoround, una nuova impresa americana online, offre la possibilità ai consumatori di vendere ed acquistare i loro coupons sul mercato secondario. L’impresa, che già opera in 128 città negli Stati Uniti e in Canada, gestisce le transazioni monetarie per un 10 per cento di commissioni. Le vendite avvengono per la maggior parte intorno al
prezzo di costo, alcune con piccoli sconti, ma siamo solo all’inizio di questo nuovo fenomeno: presto il mercato secondario farà concorrenza a quello primario. Naturalmente Groupon e LivingSocial temono questo fenomeno e stanno cercando
di scoraggiare i propri clienti, ma i risultati sono scarsi. Le statistiche dicono che il numero dei tossici del coupon sta salendo e con loro la rivendita.
Fonte Il Venerdì di Repubblica di LORETTA NAPOLEONI (n°1223 del 26 Agosto 2011)
Google sembra pronto a lanciare il suo nuovo Social Network per contrastare il dominio di Facebook. Il nome sarà "Google Me" è l'obiettivo è detronizzare la rete sociale più famosa del mondo dalla posizione Top 1. La domanda è se Google avrà la capicità di perseguire il suo obiettivo, visto che Facebook ha raggiunto ormai "l'orbita" del fenomeno culturale. La notizia è di qualche giorno fa, notizia diffusa - con Twitter - da Kevin Rose, cofondatore di Digg, sito specializzato in notizie su internet e tecnologia. Citando una fonte certa, e classificando il tema come "un grande rumor", Rose ha dichiarato che i piani per il lancio di "Google Me" saranno molto prossimi. Il suo annuncio di soli 101 caratteri non ha aggiunto nient'altro.
Ma come al solito l'effetto della rete è stato impressionante, dato che le notizie, gli articoli e realtive speculazioni si sono diffuse sulla rete con una elevata rapidità. Una delle sepculazioni sull'argomento che ha preso maggiormente circa come potrebbe essere il nuovo social di Google, è che dovrebbe essere una espansione dei profili di Google, che è il modo come gli utenti appaiono su Google. Attualmente, i "Google Profiles", non contengono molte informazioni personali, ne trasmettono molte informazioni sugli utenti in generale. Ma potrebbe essere un buon strumento di base su cui costruire il "Google Me". Basterebbe associare gli atri strumenti di Google e trasformarli in una rete sociale, senza pretendere che gli utenti facciano altro
A livelli record l'utilizzo di Internet tra i bambini, con un aumento dal 39,2% del 2002 al 48,2% del 2006. Per gli adolescenti, si è passati dal 71,3% del 2002 all'84,7% del 2006. Nel 2009 è risultato che il 71,1% degli adolescenti possiede un profilo personale su Facebook. Questi alcuni dei dati contenuti nel dossier "Bambini e adolescenti: un quadro degli ultimi 10 anni" presentato da Eurispes e Telefono Azzurro in occasione del ventennale della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia.
L'indagine campionaria condotta nel 2009, rileva il dossier, ha constatato che il 71,1% degli adolescenti intervistati possiede un profilo personale su Facebook che ad oggi rappresenta la rete sociale più diffusa e frequentata nel mondo. Percentuali di gran lunga più ridotte di giovani utenti della Rete si radunano attorno a My Space (17,1%) e Habbo (10,4%). La realtà parallela che è possibile vivere in Second Life affascina solo il 2,6% dei ragazzi e il 2,5% fa parte di coloro che amano ''cinguettare'' su Twitter, una delle più recenti reti sociali che, sulla scia di Facebook, sta iniziando a raccogliere successi sul web. Per quanto riguarda le modalità d'impiego il 28,7% dei giovani ritiene che i social network siano utili strumenti per rimanere in contatto con gli amici di sempre e con quelli che si trovano lontano o non si frequentano da molto tempo (23,6%). Il 14,9% dei ragazzi ha deciso di affacciarsi al mondo delle reti sociali sul web per intessere relazioni e fare nuove conoscenze.
In questa sezione pubblichiamo gli articoli tratti dalle fonti più autorevoli che parlano di tecnologia, web e internet in generale. Il nostro obiettivo è fornire informazioni che possano servire a noi e ai nostri utenti, circa gli sviluppi del mercato tecnologico per conoscere le tendenze e qundi anticipare interventi a livello strategico per il proprio buisiness. Il mercato di internet e di tutto quello che ruota attorno ad esso (come ad esmepio gli smartphone, tablet e la lotta tra i sistemi apple e android) è molto dinamico, e non è certo facile tenervi aggiornati su tutto, ma ci proveremo.
Add comment